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Tuxedomoon
"Holy wars"
1985, Cramboy
TUXEDOMOON’ MEMORIES
di Fabrizio Cavallaro
A volte mi accade una cosa singolare.
La prima volta che incontro cose o persone che mi
“cambieranno” la vita, riescano a passarmi inosservate.
Le virgolette sono d’obbligo, perché, il campo del cambiamento è
quello che attiene alla percezione artistica.
Ma nel caso dei Tuxedomoon, questa percezione ha avuto per me un enorme
riflesso sul metodo con il quale avrei poi successivamente giudicato
avvenimenti e persone, anche in ambito extra-musicale.
E’ un lungo discorso, spero che alla fine di queste mie impressioni,
sarò riuscito a spiegarmi almeno parzialmente.
Dicevo del passare inosservati.
Certo, esiste l’amore a prima vista, la passione immediata, ma questi
sono avvenimenti che lasciano poco spazio all’analisi razionale.
Li provi, ti sommergono e resti fermo, bloccato.
Vorrei subito sgomberare il campo da un’altra considerazione di
tipo generale.
Io vorrei parlare solo di musica, ma sarò più volte tentato di
addentrarmi in altri campi.
Lo so già.
Dirò un’ovvietà (ma voglio correre lo stesso il rischio) sostenendo
che considero l’arte come il massimo tentativo umano di dare un senso
“alto/altro” all’esistenza.
Nello stesso tempo, non posso ignorare il fatto che noi tutti siamo
diventati “consumatori” d’arte e di musica in particolare.
Penso che la cosa “di per sé” non sia né un bene né un male.
Penso comunque che la massa di informazioni relative all’arte che
riceviamo (e nel caso della musica, la cosa e’ ancora più evidente),
ci renda poco capaci di critica di fronte all’intero fenomeno (non
fosse solo che per la quantità di quest’ultima).
Le cose che scrivo sono ovviamente filtrate dall’esperienza personale
e dai ricordi dell’epoca: vogliono essere solo una onesta
testimonianza di come ho elaborato quel periodo.
“Holy Wars” lo comperai circa nell’85 e rimase per più di un
anno sullo scaffale.
Un ascolto o due e poi via, tra i dischi giudicati “acquisti
sbagliati”, o quasi.
Per me di solito, è un buon segno.
Vuol dire che probabilmente tornerò a riascoltarlo quando certe
condizioni saranno mature.
E’ una specie di sesto senso che mi fa capire che ho qualcosa davanti
che ha un valore intrinseco, ma di cui, in quel momento, non so
cogliere l’essenza.
La prima cosa che mi saltò all’orecchio fu l’uso di più lingue
nei loro testi.
Noi europei parlavamo (e si continua) a parlare dell’Europa come di
una nuova identità (politica, sociale, culturale…) in fase di
costruzione e loro, i Tuxedomoon (americani) a usare tutte le
“nostre” lingue mischiate, ancora prima che il Muro cadesse…
Casualita’?
Canta Brown: “ I was cruising my decay where the trams connect”,
Intuizione magnifica: di quale decadenza sta parlando?
E in quale particolare zona?
Perchè proprio dove “all the trams connect”?
L’esistenza quotidiana di Brown coincide con quella del vecchio
continente e/o viceversa?
Oppure, anche ammettendo una più ovvia lettura che quella sia la
semplice descrizione di un incontro a sfondo sessuale, non e’
sorprendente questa coincidenza tra le due precarietà: quella vissuta
dall’autore e quella del nostro Continente?
Io penso che Brown e Compagni assolutamente non sapessero con quale
precisione stavano intuendo il cambiamento, ma è proprio questa
sensibilità dell’artista che propone qualcosa che “ancora non
esiste”, che lui stesso non “sa”, ma già lui vive sotto forma di
intuizione artistica.
E poi la loro Musica…a volte assolutamente “bianca” …altre volte
così “araba” da far vergognare ogni altro postumo tentativo di
“world-music”…
Un particolare di cui non vorrei parlare e’ di come, molto spesso,
il nome dei Tuxedomoon sia stato associato all’inflazionato termine di
“contaminazione” (anche se alla fine dei ’70 la cosa era un po’
meno evidente…).
Contaminazione tra generi e forme espressive (teatro, video, balletto,
poesia, ecc.). Ognuna di queste forme artistiche ha visto, in qualche
modo, i Tuxedomoon protagonisti.
Al di là dei risultati (ascoltate e giudicate), mi piace solo scoprire
come, a distanza di tempo, tutti quei tentativi appaiano come episodi di
un modo preciso di affrontare la vita dell’artista: una vera e propria
“filosofia”.
Probabilmente Blaine L. Reininger non ha mai amato visceralmente le
performance teatrali messe in scena dalla coppia Winston Tong/Bruce
Geduldig e forse Peter Principle non avrebbe mai lasciato la suggestione
della sua New York per scoprire i musicisti indigeni del Messico, come
invece ha fatto Steven Brown.
Questa “filosofia” alla quale mi riferisco e’ la più semplice del
mondo, ma molto rara da trovare nella realtà di tutti i giorni: la
profonda onesta’ intellettuale che ti fa vivere assieme agli altri
(artisti e non) scoprendo di volta in volta, obiettivi comuni sui quali
lavorare e impegnarsi.
Non parlare, ma fare.
Tuxedomoon credono in tutto questo (i loro ultimi show scarni e
essenziali lo confermano, ribaltando di 180 gradi i ricordi dei loro
fans ancora legati agli anni ‘80: nessun video, nessuno schermo,
tantomeno balletti o simili…).
La loro voglia di rimettersi continuamente in discussione, come artisti
e come uomini, continua ad accompagnarli nel loro viaggio sonoro e non
(qualcuno puo’ dire con sicurezza dove vive Steven Brown o Blaine
Reininger?)
Penso possano insegnarci qualcosa.
Ascoltarli e’ il minimo.
di Fabrizio Cavallaro
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