Articolo tratto da BLOW
UP magazine del Gennaio 2003
Quel
vecchio frac – Venticinque anni di Tuxedomoon
di Eddy
Cilìa



E così
sono tornati. Lo erano già da un po’, a dire il vero,
siccome
nel 1997 e quindi non ieri avevano pubblicato il piacevole “Joeboy In
Mexico”: dopo un tondo decennio la riverita sigla Tuxedomoon si rivedeva su un
album che non era riordino di archivi. Se n’erano però accorti in pochi. E
poi nel 2000 avevano suonato da varie parti nella vecchia Europa, che ha sempre
voluto loro molto bene, ed erano stati un po’ di più ad accorgersene.
Prezioso lascito di quel tour il doppio “Live In St. Petersburg” da qualche
mese nei negozi, bel modo di celebrare i venticinque anni del gruppo e invito,
per noi, a compiere una passeggiata sul viale dei ricordi troppo pressante e
seducente perché si potesse resistere. Nella speranza che siano a questo giro
in tanti a notare che la Luna in Frac splende ancora. Beati coloro che solo
adesso punteranno il loro telescopio su un astro che per la prima volta sorse a
San Francisco, una sera di giugno del 1977.
Un
quarto di secolo, dunque, per i Tuxedomoon, anche se poi il cuore della loro
vicenda e anzi quasi tutta batte nei primi dieci anni di un percorso seminato di
ostacoli e intuizioni che risultano tuttora abbacinanti. Decennio che potrebbe
essere ancora dimezzato prendendone solo la parte ’77-’82. E si potrebbe
enucleare ulteriormente e individuare un duro nocciolo compreso fra il debutto
adulto “Half Mute”, una faccenda del 1980, e il doppio mix “Suite en
sous-sol”, che usciva nell’82 in esclusiva mondiale per i tipi della
bolognese Italian Records. Ne resterebbe comunque a sufficienza per ritagliare
uno spazio importante per la formazione californiana nella storia di quel rock
che si definiva “avant” fin quando non si decise di chiamarlo “post”.
Nella storia del rock e basta, quel rock cui stavano succedendo tante splendide
cose in quegli anni ma poche splendide quanto i Tuxedomoon. Steven Brown, Blaine
Leslie Reininger e Peter Dachert, in arte Principle, approfittavano di una
favorevole congiuntura temporale chiamata punk per farlo collidere e colludere
con scampoli di romanticismo e un’avanguardia fuori dalle accademie ma delle
accademie conscia, disossamenti proto-world ed elettronica casalinga,
cameristica, pulsioni e pulsazioni disco e gangsta-jazz in
a Blade Runner (che ancora non si era visto) style. Non si era mai
ascoltata una musica così.
Europei
d’adozione fin dai primi Ottanta, quando si stabilirono a Rotterdam, i tre
principali Tuxedo – diversi altri, vedrete, li hanno nel tempo accompagnati -
sono oggi cittadini del mondo: Brown risiede a Città del Messico, Reininger ad
Atene, Principle è tornato nella natìa New York. Il che rende loro alquanto
difficoltoso provare insieme, c’è da supporre. Si continua a dirli
californiani per forza d’abitudine, ma il primo è nativo di Chicago e il
secondo di Pueblo, Colorado. Considerati gli interessi condivisi per teatro,
cinema e musica d’avanguardia, di poco passato il giro di boa dei Settanta non
avrebbero potuto conoscersi e piacersi che nella fricchettona Frisco, laddove
vent’anni prima la poesia beat aveva dimostrato, con Burroughs e in anticipo
su Laurie Anderson, che “language is a virus from outer space” e un decennio
dopo l’Estate dell’Amore aveva germinato bocciuoli di sogni all’LSD e
multicolori visioni di un mondo migliore possibile. E difatti lì si conobbero e
si piacquero, ma non tutti e tre subito. Dapprima Blaine e Steven. L’uno dopo
avere suonato, ragazzino, garage nei garage aveva cominciato a vagheggiare un
nuovo genere di complesso rock, disposto al commento a un fluire di immagini e
alla rappresentazione teatrale. L’altro aveva vinto, diciottenne, un
prestigioso premio per la regia di un film amatoriale. L’uno aveva un posto
dove suonare, l’altro una buona strumentazione, come scoprirono frequentando
il medesimo corso di musica elettronica. Provavano a scrivere qualcosa a quattro
mani e ne veniva fuori l’oscura Litebulb Overkill, passo quasi da
bolero cui un insistito violino dona accorata ossessività. Abbastanza
soddisfatti, si battezzavano pomposamente (accorceranno per fortuna subito)
Tuxedomoon New Music Ensemble e di tutti i luoghi possibili al mondo per
presentarsi dal vivo optavano per una pasticceria. “Live At Just Dessert”,
esistesse un nastro: wow. Svezzatisi dinnanzi a pochi intimi, due mesi dopo - e
siamo dunque all’agosto ’77 – si esibivano pubblicamente in ben più
affollato ambito suonando su un carro di carnevale alle celebrazioni del Gay
Liberation Day. Viene da lì la loro registrazione più antica che ci sia
pervenuta, una stupefatta e stupefacente I Heard It Through The Grapevine
di Marvin Gaye recitata con voce impassibile da Gregory Cruikshank. Passando in
rassegna il repertorio pre-debutto adulto, altre due stortissime cover
risaltano: 19th Nervous Breakdown dei Rolling Stones, pressoché
irriconoscibile, e l’epica e struggente In Heaven di David Lynch,
rintracciabili entrambe sul live collettivo (gli altri partecipanti: Dead
Kennedys, K.G.B., Offs, Mutants, Pink Section) “Can You Hear Me?”.
Registrato in un club per sordi, uno dei pochi locali di San Francisco in cui ai
punk venisse permesso di suonare e non è una barzelletta.
La prima
sortita discografica dei Tuxedomoon, a questo punto ancora un duo cui
occasionalmente collaborano la cantante Victoria Lowe (che sarà presenza
passeggera) e l’attore e cantante Winston Tong (che sarà viceversa presenza
rilevante seppure intermittente) è il 45 giri su Tidal Wave Pinheads On The
Move/Joeboy The Electronic Ghost, inciso nella primavera del 1978 e
per certo uno dei reperti più eccitanti della new wave a stelle e strisce.
Altrettanto per certo, non granché indicativo di quanto verrà, dal momento che
il lato A è una scheggia di innodìa Devo e il retro una svagata cantilena
Residents (la qual cosa porterà bene). Quell’estate, già senza Vittoria ma
con le importanti aggiunte del chitarrista Michael Belfer (in libera uscita
dagli Sleepers) e del batterista Paul Zahl (Flamin’ Groovies! Frisco è bella
perché è varia; e anche SVT, con Jack Casady), vengono impressi su nastro i
quattro brani che andranno a comporre l’EP autoprodotto “No Tears”:
recuperata Litebulb Overkill, il programma si completa con la gracidante
danza electro di New Machine, una tambureggiante title-track che
all’ombra della Big Apple avrebbero detto no wave e lo sconcertante omaggio a
Cole Porter di Nite & Day. I Tuxedomoon iniziano a sembrare i
Tuxedomoon e molto di più quando – ecco! – avanza infine al proscenio Peter
Principle, che ha messo dischi nelle radio underground facendosi chiamare Peter
Carcinogenic (urgh!) e vanta un tentativo di contemporanea imitazione di Cage e
Stockhausen durante il quale ha distrutto un pianoforte a colpi di tubi catodici
morti: perfetto.
Un 7”
e un EP 12” (il primo per la Time Release del manager Adrian Craig, il secondo
ancora autoprodotto) anche nel 1979 e la qualità seguita a lievitare. Se la
seconda facciata del singolo, Love/No Hope, è clash eccitante ma
relativamente poco originale di Devo e Residents (rieccoli), la prima, The
Stranger, è già indicativa della multimedialità che caratterizzerà il
combo: messa in scena per le orecchie in forma di recitativo da Camus, musica
per il cuore da una notte d’Arabia trafitta da un archetto incantatore.
“Scream With A View” fa vaticinare capolavori mettendo di seguito la
cybergitana Nervous Guy dal sax-appeal immane, la motoristica Where
Interests Lie, una (Special Treatment For The) Family Man che
svolazza/sputazza jazz in luoghi orrorosi e la miagolante catatonia di Midnite
Stroll. Squisito lascito di Belfer che dice ciao, Zahl l’ha già fatto,
Tong è disperso.
È cosi
quello che per tre anni sarà il nucleo base ed è tornato da cinque assieme –
Brown (sax, voce, sintetizzatori, tastiere, percussioni elettroniche), Reininger
(violino, voce, sintetizzatori, tastiere, chitarra, basso, percussioni
elettroniche), Principle (basso, chitarra, percussioni elettroniche,
sintetizzatori) – a congiurare, su istigazione guarda un po’ della
residentsiana Ralph, la pietra miliare “Half-Mute”, anno di infinita grazia
1980. Un classico totale della nuova onda dai primi secondi di tastiere
ascendenti e sax struggente di Nazca agli ultimi di pale rotanti che
suggellano la suite KM/Seeding The Clouds, circonvoluzioni jazz
metamorfizzate in assorta cantilena. L’applauso e una lacrima unica risposta
possibile. Al robotico funk di 59 To 1 piuttosto che al martellare di Tritone
(Musica Diablo), alla Morricone western-wave di What Use?
come ai bartokiani svisi di Volo vivace, al velvettiano malessere
che trasmette 7 Years (all’altezza di “Holy Wars” i Tuxedo
cercheranno di farsi produrre da John Cale ma dovranno dire no alle sue esose
richieste), a una James Whale che (sogno o son desto?) anticipa certi Pan
Sonic.
“Half
Mute” vende piuttosto bene (per il tempo e per gli spartiti), soprattutto in
Europa, e viene pianificato un tour da spalla ai Joy Division. Salta, perché
saltano gli stessi Joy Division quando Ian Curtis salta nel vuoto con un cappio
al collo, ma ci si riorganizza e allora Tuxedomoon sarà attrazione principale o
unica (unica comunque). Belgio, Olanda, Germania, Londra dove si registra e c’è
di nuovo Tong. In un giorno libero si infila una data a Bologna ed è l’inizio
del romanzo d’amore fra l’Italia e la Luna in Frac, di cui viene ammirata, a
parte l’arditezza di musiche in ogni caso colme di sentimento, la teatralità
di spettacoli in cui andersonianamente (Laurie) i Nostri suonano immersi in un
fluire di diapositive e filmati. “Desire” fa poi l’impossibile: sorpassa
il predecessore: con la malinconia zingara che, dopo cavalcate in cinemascope,
affonda in ronzanti silenzi nella strada che conduce da East a Music #
1; con il metronomico disvelarsi di Victims Of The Dance fra ululare
di sassofono e tessiture di synth; con l’ultravoxiana (già in precedenza John
Foxx si era dichiarato un estimatore) Incubus (Blue Suit); con la
vorticosa danza di tastiere slanciate e basso negro e voci in stanze d’eco del
brano omonimo; con la funebre Again; con la sferragliante In The Name
Of Talent; con il tango marziano Holiday For Plywood. Estasiati dalle
accoglienze europee i Tuxedo decidono di salutare per sempre San Francisco e di
cambiare sponda dell’Atlantico. E subito va tutto male e in particolare a
Reininger, che dopo un concerto in solitudine ad Amsterdam, organizzato per
rimediare qualche spicciolo, viene derubato dell’incasso e mentre insegue il
ladro è investito da un auto, che gli sbriciola una caviglia e quel che è
peggio quattro dita della mano destra. Passerà un tot di mesi su una sedia a
rotelle e altri zoppicando su una stampella, e prima di potere di nuovo
imbracciare il violino dovrà a lungo arrangiarsi per suonare con una tastierina
Casio.
Il 1982
è nondimeno l’ultimo anno di gloria autentica
per il trio o quartetto che sia, visto che non si capisce mai se Tong sia dentro
o fuori. Tre punti fermi: l’album “Divine”, su Philips, colonna sonora per
un balletto coreografato da Maurice Bejart e ispirato alla figura di Greta
Garbo; il bellissimo e già citato mini in forma di doppio mix “Suite en sous
sol”, caratterizzato da forti influssi etnici (sublime Courante marocaine,
con tanto di oud); l’ambiziosa pièce orchestrale “The Ghost
Sonata”, rappresentata al Festival di Polverigi e che avrà un’edizione
discografica soltanto nel 1991, su Les Temps Modernes.
L’anno
dopo Reininger opta per una carriera solistica che sarà congrua sia per numero
che per livello medio delle uscite e nulla sarà più lo stesso. Sono però
largamente sottovalutati i Tuxedo in mano a Brown e a Principle, con Tong che fa
capolino quando gli garba e l’ottimo olandese Luc Van Lieshout a fare il jolly
. Dei tre LP messi in fila fra l’85 e l’87 per la Cramboy giusto l’ultimo,
“You”, cade in una peraltro gradevole routine. “Holy Wars” vanta alcune
delle canzoni più incisive del catalogo: una St. John per la quale i
Cure potrebbero in ogni momento far carte false, una Bonjour tristesse
che piacerebbe sentire dal Marc Almond più melò; “Ship Of Fools”, una
seconda facciata deliziosamente in bilico fra neo-classicismo, jazz e cabaret.
E il
resto? Polvere di stelle o per meglio dire di luna. Un buon mazzo di dischi in
proprio pure per Steven Brown (vedi Reininger) e parecchi di meno per Principle.
La cruciale raccolta “Pinheads On The Move”, del 1987, che è l’unico
sensato modo per procurarsi la preistoria di Tuxedomoon, e il canonico doppio
dal vivo celebrativo “Ten Years In One Night”, del 1989. Poi “Joeboy In
Mexico”. Poi “Soundtracks/Urban Leisure”, antologia ancora fresca, visto
che è dello scorso giugno, che colleziona estratti di colonne sonore tanto per
il palcoscenico che per il cinema. Infine “Live In St. Petersburg”, scaletta
archeologica (quasi tutto “Half-Mute” e addirittura due pezzi da “No Tears”)
ma non un granello di polvere su pagine che parvero futuro remoto la prima volta
e oggi sono, semplicemente, senza tempo.