Articolo tratto da BLOW UP magazine del Gennaio 2003
Quel vecchio frac – Venticinque anni di Tuxedomoon

di Bizarre

photos by Philippe
Carly

Il
primo disco dei Tuxedomoon con cui ebbi a che fare fu una copia usata,
ovviamente in vinile, di “Desire”, che comprai in un negozietto senza
pretese sotto casa. Sapevo poco o nulla di cosa fosse quel disco, e nemmeno
ricordo se avevo letto in precedenza del gruppo da qualche parte. Ma non era un
caso insolito, per l’epoca: nei primi anni ’80, quelli della new wave, i
nomi sconosciuti erano talmente tanti, e c’erano così poche fonti di
informazione attendibili, che si sviluppava per forza l’istinto che ti guidava
nelle scelte e ti faceva preferire una copertina, un titolo, un non so che di
intrigante.
“Desire”
ha una copertina abbastanza brutta, un blu uniforme con foto piccola, e colori
mal assortiti. Perché quale motivo lo scelsi? Chissà. La musica, comunque, fu
subito una rivelazione. In quei solchi sentivo per la prima volta un esempio di
suono assolutamente moderno, che però a sorpresa non rinnegava le tradizioni
‘colte’ e sofisticate degli anni ’60 e ’70. Va detto che in quel momento
erano popolari giusto un paio di tendenze nel panorama musicale alternativo: il
punk a oltranza (che però mi aveva già stufato, in quanto presto era divenuto
una ripetizione monotona dei cliché del rock’n’roll) e la tendenza più
fredda e pessimista della new wave, il dark, con i vari Joy Division,
Bauhaus e Siouxie a condurre le danze (ma anche in quel caso si cominciava a
percepire la fine delle novità e l’arrivo della routine). In mezzo,
tantissime eccezioni a sè stanti, non strettamente catalogabili in un movimento
preciso; fra queste, i Tuxedomoon presero un posto importantissimo. In
“Desire” si percepiva una sorta di rabbia di matrice punk, ma era compressa
in un mare di tastiere che non potevano non rimandare a certe elaborazioni colte
del pop inglese degli anni ’70, e codificata in rigorosi ritmi da drum-machine,
debitori ai Kraftwerk quanto alla cold wave. C’erano atmosfere cupe e
decadenti, ma non la fastidiosa autocommiserazione del dark. C’era infine una
netta (e grandiosa) tendenza allo sperimentalismo elettronico, che però
rimaneva ascoltabile anche per un amante del pop, e non diventava mai gratuita né
sconfinava nella frenesia rumoristica fine a se stessa. Infine, la nota più
sorprendente: magrado il suono fosse clamorosamente europeo (con già alcuni
rimandi alla tradizione classica del vecchio continente), il gruppo era di San
Francisco, e incideva per la Ralph, la stessa etichetta dei mitici Residents.
“Desire”
era in sostanza un disco che racchiudeva, oltre a una musica bellissima, la
peculiare qualità del sincretismo rispetto a numerose tendenze diverse. La
curiosità era ormai pari al bisogno di sentire altre prove del gruppo; iniziò
per il sottoscritto una lunga ricerca del materiale inciso che, per confermare
un’altra tendenza dell’epoca, era frammentato e vario fino
all’impossibile, tra mix, singoli introvabili, ep, prove soliste,
collaborazioni e progetti particolari. (Illudendomi di aver coperto
l’essenziale, l’uscita della raccolta “Pinheads On The Move”, nell’87,
mi lasciò al contempo felice di aver trovato tanto materiale inedito e di
difficile reperibilità, quanto affranto per non aver saputo rintracciare tutto
quel ben di dio in anni di ricerca…) Tra singoli ed ep della più varia
estrazione, dalla classica No Tears ancora fortemente punk a quella The
Cage che conferma invece in pieno la tendenza al cantautorato sofisticato
del gruppo, ebbi però l’impatto più clamoroso dal memorabile primo album del
gruppo, “Half Mute”.
“Half
Mute” è un disco cardine, per quanto mi riguarda, per lo sviluppo della new
wave degli anni ’80 e tutto quello che ne è conseguito. È un disco quasi
all’opposto della ricchezza del suono di “desire”, un album che dice
tantissimo con un’essenzialità estrema, riempie i timpani di un suono
scarnificato, vuoto, spoglio come un albero nel gelo dell’inverno. “Half
Mute” è ineguagliabile per capire un certo concetto di minimalismo.
All’epoca i Tuxedomoon sono in tre: Steven Brown, Blaine L. Reininger e Peter
Principle (più qualche breve comparsata vocale di Winston Tong). Suonando
rispettivamente un sax desolato, un violino ramingo e un basso marzialmente
zoppicante, e unendo il tutto su ritmi elementari di drum machine e tastiere
dosatissime, i tre danno vita ad una miscela tanto contenuta quanto
insuperabile. “Half Mute” suona marziano come il primo album dei Suicide, in
cui il blues è sostituito da una sorta di pop elettronico elementare. Poetico e
alienato, iterativo e alienante, “Half Mute” è probabilmente in definitiva
il disco che rappresenta meglio il gruppo, la prova che condensa tutte le prime
intuizioni e che li conferma oltre tutto senza paragoni nell’intero panorama
musicale dell’epoca.
Poi
che sarebbe successo? Comunque molto: sarebbe emersa innanzitutto la natura
‘colta’ del gruppo, la sua appartenenza ad un circuito più vicino alla
musica contemporanea, o ai compositori di colonne sonore, che non al rock’n’roll;
per certi versi, alcune opere sono più ascrivibili all’astrattismo dei Soft
Verdict di Wim Mertens che non ad altri gruppi di new wave della stessa epoca.
Le radici nel background mitteleuropeo, confermate dalla scelta del gruppo di
trasferirsi nel vecchio continente, emergeranno appieno in dischi come “Holy
Wars” (il terzo quasi-capolavoro dei Tuxedo) o nel mini “Ship Of Fools”. E
sarà sempre quella la loro identità peculiare; rimarrà molto più incisivo un
pezzo come Ninotchka, ispirato alla tradizione popolare russa e pensato
per il balletto di Béjart Divine, che non quelli di “Suite en sous-sol”,
disco che flirta con la musica etnica terzomondista ma che resta, per conto mio,
una delle loro opere meno riuscite.
La
crescita dei Tuxedomoon è parallela alle ricerche svolte personalmente da
ciascuno dei membri nelle loro non meno articolate carriere soliste –
intricate da una foltissima serie di collaborazioni, più o meno estemporanee,
con altri musicisti evoluti della scena belga soprattutto ed europea in
generale: Mark Hollander, Mikel Rouse, Alain Gouthier, Delphine Seyrig, Benjamin
Lew, eccetera. Mi sono perso volentieri, negli anni, nei rivoli di queste
sub-discografie, senza però mai intravvedere opere in grado di rivaleggiare con
gli apici dei Tuxedo. Steven Brown ad esempio, sicuramente il più prolifico dei
membri originali, ha mostrato ambizioni notevoli senza però riuscire mai a
lasciare un segno davvero convincente. Da una parte ha materializzato le
tendenze più ‘cinematografiche’ del gruppo in una colonna sonora vera
(“Zoo Story”, 1982) e in altre collaborazioni più occasionali (“Composés
pour le théatre et pour le cinéma”, 1988). Dall’altra ha cercato di
espandere il lato più cantautorale del suo stile, sia rileggendo le opere di
altri (“Brown Plays Tenco”, un mini in cui si cimenta, perfino in italiano,
con alcune canzoni del cantautore nostrano; o “Reads John Keats”, una
ininfluente messa in musica di alcune opere del poeta inglese), sia facendo da
solo: “Searching For Contact”, in cui esprime il suo lato più pop, rimane
forse la sua prova migliore. E ancora opere di ambient (due dischi con Benjamin
Lew), un paio di rimpatriate con Blaine Reininger, e le ultime prove ovviamente
più marcate dall’elettronica. Lo stesso Reininger ha iniziato benissimo con
un “Broken Fingers” (’82) che riprendeva i temi del gruppo in un contesto
più dark-wave, poi si è lasciato prendere la mano da una sorta di techno pop
non particolarmente originale. Migliore, in quell’ambito, il secondo album
solista di Winston Tong, “Theoretically Chinese” (ben spalleggiato dall’ep
“Theoretical China”); mentre i tre dischi conosciuti di Peter Principle sono
validi ma troppo episodici per essere veramente ricordati.
Gli
anni ’90 non hanno quasi contato per i Tuxedomoon. Eccettuato il “Joeboy in
Mexico” del ’97 (un disco che non aggiunge nulla a quanto già si sa), e le
solite prove soliste di Brown e Reininger, il gruppo si era fermato al live
dell’89 (peraltro una raccolta grandiosa), “Ten Years In One Night”. Nel
2000, ecco la decisione di rifare una tournée con la formazione originale. E a
vent’anni dal mio primo contatto col gruppo, li ho finalmente visti dal vivo:
un’emozione troppo personale per essere oggettivata, anche se la sensazione di
‘operazione nostalgia’ era inevitabile. Soprattutto perché il repertorio
live, ben documentato dal doppio cd recentemente pubblicato, riprende
praticamente in toto “Half Mute”, buona parte di “Desire” e poco più.
La verità è quindi quella, i veri Tuxedomoon sono tutti racchiusi nei primi
due album? Forse, chissà. Certo è che si tratta di due dischi che hanno avuto
un’importanza fondamentale per l’evoluzione dell’odierna musica pop. E
sull’isola deserta, io me li porto di sicuro; insieme al loro primo singolo, JoeBoy…
The Electronic Ghost, comprato infine, a quasi 25 anni dall’uscita, ad
un’asta su eBay la settimana scorsa…